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Amore / Cinema

c’era una volta a hollywood

Il dubbio principale è uno e uno solo: C’era una volta a…  Hollywood è un film calciabile? Anzi, ho un altro dubbio, vostro onore. Forse un filo più frivolo ma non da poco. Posso? Vado. Perché il titolo originale è Once Upon a Time… In Hollywood mentre quello italiano è C’era una volta a… Hollywood? Chi decide dove mettere i puntini di sospensione? Prima dell’”In” o dopo la “a”? È stato chiesto a qualcuno dell’Accademia della Crusca questa cosa? C’è una motivazione di ordine grammaticale o è solo perché qualcuno ha deciso che suona meglio strascinare la “a” mentre nella nostra testa subvocaliziamo il titolo nella nostra testa? Tipo: C’era una volta aaaaaaaaaaaa… HOLLYWOOD! O era meglio C’era una volta… AHOLLYWOOD! Non lo sapremo mai. E a me questa cosa non va giù.

Comunque, il dubbio principale rimane. Ed è un dubbio non da poco. Once Upon a Time… in Hollywood (preferiamo il titolo originale, dai. Così com’è preferibile, se non addirittura mandatory, vedere il film in lingua originale e, se possibile, in pellicola) è un film di quelli che interessano ai ragazzi de i400Calci? È giusto che sia recensito nel tempio dei film di genere, sulla rivista di Cinema da Combattimento? Bè, ma perché questo dubbio, vi chiederete voi. Presto detto: perché se fino ad oggi il mondo di Tarantino ha avuto a che fare con cani da rapina, ammazzanazisti, gangster ciarlieri o outlaws in cerca di vendetta, questa volta non è così.

Los Angeles, febbraio del 1969. Rick Dalton (un Leonardone in una forma strepitosa) è un attore oggi principalmente famoso per la sua parte nella serie televisiva Bounty Law, dove interpreta il cacciatore di taglie Jake Cahill. Eppure Rick ha fatto una bella gavetta, un tempo era facile vederlo al cinema tra filmetti di guerra e qualche vecchio western. Adesso invece è un po’ fermo al palo. Ma d’altra parte è anche normale. Hollywood sta cambiando. Ormai la golden age è passata, i produttori si sono stancati di fare i nostalgici, ritrovarsi in qualche bar sulla strip per parlare di un cCinema che oggi evidentemente non esiste più. Non è un caso che tra le colline, a Cielo Drive, dove Rick tempo fa si è comprato una bella villa con piscina, sia appena arrivato un nuovo vicino di casa. Sì, prima il dirimpettaio di Rick era Terry Melcher, il figlio di Doris Day. Adesso invece c’è Roman Polanski, il bizzarro e lanciatissimo regista europeo che si è imposto al botteghino con un film come Rosemary’s Baby, in compagnia della sua bellissima compagna, Sharon Tate. Aria nuova, ragazzi! E Rick? Bè, glielo ha detto pure il suo produttore, Al Pacino: il treno è passato, Rick. Se vuoi ancora recitare in qualche film, non ti resta che andare in Italia, a girare con questo Sergio Corbucci. Certo, non è Sergio Leone, però…

Rick non la prende bene. E quando Rick non la prende bene solitamente fa due cose. La prima è bere come una spugna. Non che solitamente al ragazzo non piaccia alzare il gomito, eh? Cavolo, è ubriaco un giorno sì e l’altro anche. Ma quando è preso male, bè, semplicemente beve di più. La seconda è confidarsi col suo unico amico, Cliff Booth (Brad Pitt). Cliff è lo stuntman di Rick. Lavorano insieme da una vita e a definirlo semplicemente uno stunt, gli si potrebbe fare un torto. Cliff è uno stunt, un amico, un assistente, un tuttofare. C’è da ricordare a Rock che domattina dev’essere sul set per girare il pilota di Lancer insieme a Timothy Olyphant e Luke Perry? Ci pensa Cliff. C’è da mettere a posto l’antenna della televisione a casa? Cliff è già sul tetto a torso nudo con una cassetta degli attrezzi pronta ad ogni evenienza. C’è da andare a prendere Rick a fine giornata agli Studios? Cliff è già lì fuori con la macchina accesa.

Once Upon a Time… in Hollywood non parla di una vendetta o di una rapina andata a male. Parla di questo. Nella sua prima parte, racconta due giorni nella vita di un attore e del suo double. E nel fare questo parla inevitabilmente di quel posto lì. Ci fa vedere i neon di una città che era abituata a sbrilluccicare di notte, ci mostra come si gira un pilota di una serie televisiva, come si muovono gli attori sul set e cosa fanno tutti quelli che lavoravano dietro. Ci svela i retroscena di una grande produzione, le feste alla Playboy Mansion, i poster giganti dei film che dominano le strade. Ma non solo questo: ci fa vedere anche come quella città, la Mecca del Cinema, sta cambiando. The Times They Are A Changing, no? E allora oggi Los Angeles non è più quel posto dove ti poteva capitare di incontrare uno della famiglia Barrymore o, che ne so, Cary Grant. Oggi per strada ci trovi i freakettoni, ragazze scalze, coi capelli lunghi e i pantaloncini troppo corti, che predicano “pace e amore” e razzolano tra i bidoni della spazzatura in cerca di qualcosa da mangiare o da rivendersi per qualche cannetta o per un cartone di LSD. O per una canna pucciata nell’LSD, ma sì, che ce frega.

Prima di riuscire a vedere Once Upon A Time… in Hollywood, ho visto decine di articoli che si affrettavano a individuare ogni riferimento televisivo e cinematografico tirato fuori dal sapiente e profondissimo cilindro magico di Tarantino. Un giochino al solito bello e utile, ma se dovessi dire io un titolo a cui mi ha fatto pensare questo nono film di Tarantino… oh, a me verrebbe da citare Amarcord. Perché qui Quentin parla della sua infanzia, di quello che ha visto da bambino quando si sporgeva dal finestrino della macchina della sua famiglia quando attraversava la città dove abitava. Forse aveva i braghini come Titta a Rimini. Una volta cresciuto ha messo in fila i suoi ricordi in un film che a un primo sguardo, certo, può sembrare non andare da nessuna parte ma che forse è semplicemente un’operazione nostalgica di uno che, come pochi altri al mondo, conosce e ama il Cinema. Un film filologicamente ineccepibile che ha poi il coraggio e l’ardire di lasciarsi andare a un sentimentalismo, un amore, una nostalgia che non può non conquistare. L’affetto con cui ci mostra una giovane e innocente Sharon Tate in un cinema, bella come Margot Robbie, intenta a riguardarsi in un vecchio film al fianco di Dean Martin (The Wrecking Crew o in italiano Missione Compiuta Stop. Bacioni Matt Helm) è palpabile. Ed è il vero cuore di questo film.

E allora cosa rimane a noi dei Calci? Perché ne pariamo qui? Bè, prima di tutto perché comunque Tarantino anche se domani girasse una puntate remake di Love Me Licia a me tremerebbero le mani dall’emozione e lo inserirei a forza tra le nostre eccezioni meritevoli, e poi perché, qua e là, qualche elemento calciabile c’è. Se cercate sangue e ultra violenza c’è tutta la sequenza finale lì per voi, tra testate, sangue, cani assassini e morti scomodi. Ma poi c’è anche la CLAMOROSA sequenza in cui Brad Pitt porta Margaret Qualley (mio dio… la bellezza) allo Spahn Ranch, dove risiedevano i membri della Manson Balotta. Qui, in un secondo, dopo averci portato a spasso per non so quanto tempo in giro in macchina per le strade di Los Angeles sostanzialmente a ciurlare nel manico, Tarantino realizza un piccolo film thriller perfetto, con una gestione degli spazi e dei tempi incredibili. Dite che è poco per finire sui 400 Calci? Per quanto mi riguarda, se la pensate così, non siete miei amici.

Ah, prima di lasciarvi mi preme dirvi che avere un cast del genere è un conto. Saperlo usare in questa maniera è un altro. Leo e Brad sono stellari, Margot fa poco ma quel poco che fa lo fa con le giuste lucine negli occhi. Impossibile citare poi tutti gli altri milioni di attori che compaiono, ma tanto siete bravi quanto me ad eccitarvi in sala e urlare: “Wow, Bruce Dern vecchissimo!”. Ok, amici, io vado in sala a rivederlo, ma prima di uscire lascio la parola a Nanni Cobretti che dice la sua sul vero momento CALCI del film. 

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