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Amore / Cinema

Il Joker: il fascino della follia….

Due ore di film, due ore di primi piani di Joaquin Phoenix e della sua dolorosa risata da iena. Di denti storti, di lacrime, di un corpo magrissimo che si contorce in un ballo alla Renato Zero Pierrot o che davanti a quella tenda sembra compiere una trasformazione. Quell’uomo sta mutando in qualcos’altro, sta letteralmente cambiando pelle. Arthur Fleck sta diventando Joker. Non un Joker, ma il Joker, la nemesi di Batman che tutti conosciamo, lo psicopatico pagliaccio assassino di Gotham City, capace di trasformare un omicidio in una gag alla Looney Tunes. Perché “questa è la vita” e questo è pure tutto, gente. Solo che Arthur è un Bugs Bunny che viene dall’inferno e attorno al quale è costruito un film nero e a tratti disturbante.

Arthur diventa Joker perché il sistema non funziona e non lo aiuta; Joker è un figlio a tutti gli effetti del marcio della società, oltre che un suo simbolo. Il passaggio successivo, la trasformazione e la compiaciuta incarnazione dell’anarchia stessa, fa esaltare il pubblico. Il che nella migliore delle ipotesi si tradurrà in una pioggia di avatar con la faccia truccata di Phoenix sui social network, in una nuova maschera di V da V for Vendetta, in una valanga di meme e GIF animate al lunedì mattina di macchinette per timbrare il cartellino sfondate in ufficio a cazzotti, perché Oh tell me why I don’t like Mondays. Nella peggiore, se tieni in conto i 12 morti del 2012 a una proiezione de Il cavaliere oscuro – Il ritorno di Nolan in Colorado e le armi automatiche nelle patatine, in un paese che di scoppiati pericolosi che addossano al sistema le colpe della loro sorte ne ha in abbondanza, beh, le preoccupazioni della vigilia non erano poi campate in aria. O semplice pubblicità, come sostengono da giorni gli informatissimi da social per difendere la categoria dei maschi bianchi pieni di rage against the machine non musicale di cui si sono autoproclamati rappresentanti sindacali.

Ma pure lì: più che farne una colpa al film, che è semplice storia di fantasia che pur fotografa un evidente problema sociale di emarginazione e autoemarginazione, va indagato quest’ultimo e quelli che sono i suoi frutti.

Non è che Arthur Fleck incarni il profilo psicologico del pazzo che spara in un luogo affollato il punto, ma la vera società che partorisce queste persone là fuori. Una storia a raccontare la quale, del resto, ci aveva pensato Taxi Driver per i reduci dal Vietnam. Quarantatre anni fa, non ieri l’altro.

Parlando della qual cosa. C’è così tanto in Joker pescato da Scorsese da indurre a pensare che Phillips abbia un poster gigante in camera del regista newyorkese. L’inversione di ruoli con De Niro, che dai tempi di Re per una notte è passato dall’altro lato della barricata e deve sciropparsi il suo aspirante comico ossessionato (nota: il dialogo finale con De Niro è una delle cose più stonate del film, per quel tono alla Costanzo che il suo personaggio, il presentatore di un talk show, tira fuori nel momento sbagliato… o magari è proprio quello che fanno i tizi dei talk USA in situazioni del genere, boh) ma anche e soprattutto un Taxi Driver con il trucco in faccia. Da indurre a pensarla, la faccenda del poster in camera, dicevo, non si sapesse che Scorsese stesso è stato legato inizialmente a Joker come produttore, e che Phillips e Silver si sono dichiaratamente ispirati a quei suoi lavori. Oltre che al The Killing Joke di Alan Moore e Brian Bolland (per le origini Anni ’50 di Joker, da aspirante comico fallito), e a una certa scena de Il ritorno del cavaliere oscuro di Frank Miller, sia pur con una sostanziale differenza. Riconducibile anch’essa al tipo di allineamento, per così dire, e alle scelte morali del personaggio. Non è un caso se per spegnere un po’ gli animi dopo un film galvanizzante e incendiario, per il finale si sia scelta quella scena lì, e non quella immediatamente precedente.

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